Pepito Rossi, 31 anni di sofferenza e tanta voglia di ripartire

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Tanto forte, quanto fragile. Tante vite quanti gli infortuni che gli hanno tarpato le ali. Cinque operazioni al ginocchio,  in un cammino che poteva essere trionfale: quello di Giuseppe Rossi, in arte Pepito, nel calcio bersaglio prediletto della sfortuna, spietata proprio come lui davanti a un portiere. Un attaccante  da 128 gol in carriera, un uomo che ogni volta ha saputo ripartire, cercando di rompere il suo ciclo maledetto di sventure. Riabilitazione, corsa, poi campo, prima dell’ennesimo stop. Senza nessuna intenzione di mollare, anche adesso che si allena negli States  da svincolato, in cerca nuovamente di se stesso.

Gli  ultimi mesi non sono stati dei migliori: un’avventura al Genoa terminata con pochi gettoni e un solo gol contro la sua Fiorentina, poi una nuova tegola che poteva affossargli una volta per tutte la carriera. Nei risultati dei test antidoping dopo Benevento -Genoa, giocata il 12 maggio di quest’anno, era risultato positivo alla dorzolamide, una sostanza presente nei colliri. Il Tribunale Nazionale antidoping ha chiuso la pratica  poche settimane fa scongiurando la squalifica, riservandogli solo una nota di biasimo. La Giustizia ha creduto nella  buona fede, o forse ha solo avuto più pietà del suo destino infausto.

rossi nazionale
Giuseppe Rossi con la maglia azzurra

Pepito ha esultato in aula, proprio come fa in campo. Forse con meno leggiadria dei suoi trascorsi spagnoli, quando trascinava una cittadina di 50mila abitanti verso  sogni europei. Dieci anni fa era lui l’idolo del Villareal, che aveva strappato all’Italia un giovane un po’ snobbato dalle grandi del nostro campionato. Come aveva fatto lo United di Sir Alex Ferguson qualche tempo prima, prelevando Pepito proprio dal Parma, dove  era stato rispedito nel gennaio del 2007 per 5 mesi di passione. Il tempo necessario per salvare la squadra in cui era cresciuto e volare di nuovo via,  in Spagna. Qui stagioni gloriose  e l’amarezza della mancata convocazione di Lippi al Mondiale  del 2010. Un dispiacere che nessuno avrebbe immaginato come primo passo di un tragico declino.  Ad ottobre  2011 il crack al ginocchio nel match con il Real Madrid poi la ricaduta in allenamento ad aprile, infine la retrocessione del Villareal. L’inizio del calvario.

Le  esultanze divennero più rabbiose quando tornò in Italia con la maglia della Fiorentina, di nuovo in gioco dopo tanta sofferenza ed attesa. Nell’ottobre del 2013 stese la Juve con una storica tripletta  che l’incoronò idolo della Fiesole. Segnò senza fermarsi fino a novembre quando si fece male di nuovo al ginocchio. Vana la corsa contro il tempo per i mondiali dell’anno seguente, Pepito recuperò ma non fu convocato da Prandelli. Di nuovo. Da qui altre ricadute e nuovi stop, esultanze sempre più rare. Nel 2016 una nuova rinascita in Spagna, al Levante, stroncata dall’ennesimo infortunio. Un altro colpo del destino che non ha ammazzato la sua voglia di rinascita. Eibar poi di nuovo Genova con tanta fatica e pochi risultati.

Ora coltiva la sua passione dove tutto è iniziato. Forse non la terra del calcio, ma quella dei sogni sì. Si allena con i NY Red Bulls e riflette, con il suo procuratore. Restare in America, tornare in Italia,  magari non in Serie A. Sperando di rompere a 31 anni il ciclo maledetto, senza rimpianti e con un solo obiettivo: il gol.

 

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