Steven Bradbury, l’uomo più (s)fortunato dell’emisfero australe

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In Italia molti conoscono Steven Bradbury per la parodia di Mai Dire gol. Il pattinatore su ghiaccio, che ha regalato all’Australia il primo oro olimpico in una disciplina invernale, è stato tante volte il piatto principale in serate a tema di riso e goliardia. Perché il  successo alle Olimpiadi di Salt Lake 2002  ha illuminato solo una parte della sua storia: quella più fortunata. Una vittoria incredibile, propiziata da squalifiche e cadute di avversari nei turni eliminatori, prima di un traguardo tagliato in finale senza più nessuno rimasto in gara. Pochi sanno che, in realtà, dietro questo trionfo rocambolesco c’è un passato di sfortuna.

Prima dei fatti del Salt Lake Ice Center c’è il racconto di una carriera quasi rovinata. Nel 1994  Bradbury è il futuro del pattinaggio australiano: a 21 anni ha già nel palmares tre medaglie mondiali  (un oro, un argento e un bronzo in staffetta) e un terzo posto alle Olimpiadi di Lillehammer in Norvegia. Il primo colpo di sfortuna arriva proprio nella Coppa del Mondo di quell’anno. Quella volta, come spesso gli capita, è davanti e tutti, ma in un sorpasso cade, con la lama di uno dei pattini degli avversari che gli trapassa il quadricipite recidendo l’arteria femorale. Nonostante i 111 punti di sutura e litri di sangue persi, si riprende tornando a gareggiare a buoni livelli. Nelle Olimpiadi del 1998 viene coinvolto in scontri con altri pattinatori nelle batterie dei 500 e 1000 metri individuali, rientrando in patria a bocca asciutta. Due anni dopo, un altro incidente: stavolta scivola in allenamento, rompendosi le vertebre del collo.

A Salt Lake City, Bradbury è alla quarta Olimpiade con la timida aspettativa di passare solo i primi turni. Nessuna speranza di vittoria per un ventinovenne che già medita il ritiro. Per lui è già un miracolo essere negli States a rappresentare la sua nazione dopo tutti gli infortuni passati. Gareggia in varie specialità ma il miracolo avviene nei 1000 metri: nei quarti di finale viene ripescato, in semifinale, da fanalino di coda, si ritrova secondo dopo tre cadute, fra cui quella del campione in carica Kim Dong-Sung.

L’ultimo atto è storia. Bradbury,  che è il più anziano della competizione, parte lento, confermando il pronostico che lo dà sfavorito. Per sua fortuna rimane talmente indietro da non essere coinvolto nel domino dell’ultima curva: il cinese Li Jiajun, che è terzo, scivola e cadendo tocca con la mano sinistra il pattino di Hyun-Soo. Il coreano prova a rimanere in piedi, ma dopo pochi secondi cade, trascinandosi dietro Ohno e Turcotte, che terzo, scivola anche lui urtando Hyun-Soo. Rimane così solo Bradbury che dribbla facilmente gli ostacoli e arriva primo nell’ultima gara da professionista. Tutti sono increduli, persino i giudici che indugiano qualche minuto nel decretarlo vincitore  nel giorno più importante e fortunato della sua vita.steven.jpeg

Aldilà dell’oro e dei riconoscimenti istituzionali, come la stampa di un francobollo a suo nome, è riuscito a conquistare il suo Paese con la simpatia. Ha intrapreso una carriera da commentatore televisivo e si è cimentato nelle corse automobiliste della Formula Vee, strappando due podi. In Australia si continua a ”surfare” e a giocare a rugby, ma ancora oggi si dice doing a Bradbury per indicare il compimento di un’impresa clamorosa fuori dalle previsioni. Un impatto non male nell’immaginario collettivo per Steven Bradbury, il miracolato. Uno di quelli a cui il caso ha restituito tutto ciò che gli aveva tolto.

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