Il dramma nel dramma di Fernando Gago

Forse i compagni avevano capito subito che Fernando Gago non fosse semplicemente inciampato. L’attenzione era tutta per gli ultimi concitati atti di una tragedia sportiva che si stava consumando, nell’appuntamento più importante e più caldo di sempre del calcio sudamericano. Nessuno, però, si era fatto ingannare dalla sua camminata stoica fuori dal campo, dopo la rottura del tendine d’Achille. Un atleta avvezzo alla sfortuna e agli infortuni spesso si accorge quando qualcosa ha fatto crack, e trasferisce con empatia sensazioni negative a tutti gli spettatori del suo dramma personale. Il capitano del Boca Juniors stava incorrendo in una doppia delusione, difficile da digerire: un infortunio che a 32 anni mette a rischio la sua carriera, occorso proprio nel derby più caldo di Buenos Aires, contro i rivali del River Plate, nella finale di Copa Libertadores. Un altro dolore come ennesimo capitolo di una maledizione particolare. Quella di un tendine di cristallo, spezzatosi più volte, ironia della sorte, proprio contro i nemici di sempre. Un dramma nel dramma al Santiago Bernabeu, nel match che tutti vogliono giocare e tutti vogliono vincere.

Quando Gago era già seduto in panchina, gli azul y oro hanno incassato il definitivo 3-1. Non ha provato a rimanere in piedi come in Argentina-Perù, quando un anno fa l’albiceleste si giocava la qualificazione al Mondiale. In quell’occasione Fernando aveva ruggito come un leone dopo la rottura del crociato per non lasciare i suoi in 10. Questa volta  ha lasciato il suo Boca in 9, la terza volta in cui ha avuto lo stesso identico infortunio contro il River Plate. Sempre il tendine d’Achille, come il 13 settembre 2015 e il 24 aprile 2016, stavolta quello dell’altro piede.

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Gago si oppone invano al tiro di Quintero che varrà il provvisorio 2-1

Il tutto in un teatro in cui il regista argentino aveva sognato in grande per 4 stagioni, dal 2007 al 2011, con la maglia del Real Madrid. Undici anni fa, quando aveva lasciato proprio il Boca, la squadra per cui tifava e in cui era cresciuto, era uno dei prospetti argentini più interessanti Veloce con la testa, dal piede delicato e le geometrie impeccabili. Fragile fisicamente e troppo lento per il calcio europeo. El Pintita, lo chiamano così per la sua passione per la pittura, ha giocato anche nella Roma di Luis Enrique. Trenta partite inSserie A, in quell’esperimento catalano mal riuscito nella capitale, una continuità di presenze che è bastata a far innamorare la curva sud.

 

Discorso a parte per gli Xeneizes, che lo hanno allevato, riabbracciato. Poi, hanno invocato il suo ingresso nei supplementari di River-Boca. Il suo e quello di Carlitos Tevez, eroi non protagonisti nella disfatta. Pochi minuti all’ex attaccante della Juve per poter incidere, abbastanza a Fernando Gago per scrivere l’ultima pagina di una storia di sfortuna.

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