Andy Murray, l’ultimo ballo a Wimbledon

Andy Murray  non ce la fa più. Il dolore all’anca destra  è troppo forte, l’ultimo obiettivo  della  carriera è salutare il suo pubblico a Wimbledon. Dall’esordio stagionale a Brisbane non erano arrivati segnali positivi, ma nessuno si sarebbe aspettato l’annuncio del ritiro. Decisione che arriva dopo anni di calvario a 32 anni.

Nell’ultimo atto delle Atp Finals 2016, era riuscito a prendersi  la vetta del ranking battendo e sorpassando il rivale Novak Djokovic, dopo un inseguimento infinito. Una rincorsa compiuta che aveva  logorato il fisico di Andy Murray fino all’inizio della fine: l’estate successiva, quando dopo la sconfitta a Wimbledon contro Sam Querrey, lo scozzese si era fermato per il resto della stagione per l’incedere dei problemi all’anca. Problemi che dopo quasi due anni, fra operazione e rientri fallimentari, determinano la drammatica resa , alla vigilia degli Australian Open, trofeo che ha sfiorato quattro volte, e che ora rischia di essere uno degli ultimi palcoscenici su cui si esibirà.

Qualche anno prima all’All England Club, Andy Murray aveva smorzato, per una volta, la spocchia inglese verso gli scozzesi. ”Muzza” nel 2013 veniva incoronato dal Regno Unito nuovo eroe del tennis, dopo Fred Perry. Aveva rotto la maledizione di un titolo che alla Gran Bretagna mancava da 77 anni. Gioiva la Scozia ma sopratutto l’Inghilterra, che dopo aver sperato un decennio prima in Tim Henman, tennista tutto volée e servizio, doveva ringraziare  un ”pallettaro” scozzese conferendogli anche due onorificenze.

Sotto la bandiera del Regno Unito si è preso anche una Coppa Davis nel 2015 e due ori olimpici ( 2012 e 2016), il primo proprio sui campi di Wimbledon dove si è ripetuto nel 2016. Quello sul Centre Court fu l’ultimo dei tre slam conquistati in carriera, il primo era stato lo Us Open del 2008 in finale con Djokovic , quando a 21 anni tutti parlavano di lui come il nuovo fenomeno del tennis mondiale.

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Di talento Andy Murray ne ha, a dispetto di quanto ne pensino i puristi. La capacità di soffrire a fondo campo, e di contrattaccare, di vincere in rimonta senza brillare non lo annovera tra gli esteti del tennis, ma è senza dubbio una qualità da ammirare e rispettare. Una dote che gli ha permesso di aggiudicarsi 45 titoli Atp.

Lo rispettano in tanti, nonostante un carattere lamentoso e poco solare. Non proprio british insomma. D’altronde lui resta scozzese, e per gli Australian Open sarà una delle leggende del torneo pur non essendo mai salito sul tetto di Melbourne, almeno così  recita un post sul profilo ufficiale Instagram. Per la platea pro-Federer è stato un beniamino di turno, l’unico che potesse fermare Djokovic, bestia nera dello svizzero. Per molti ragazzi resterà il Fab Four meno elegante, ma il più umano. Forse mai il più amato. L’ultimo del celebre quartetto che segnato il dominio di un’era.

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